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La recensione di Di Gianmarco
 

La recensione

 

Un «santo bevitore», anche nel Messia

Dal 1944 un Ente chiamato Istituto del Dramma Popolare allestisce ogni anno, in questo o quell'angolo di questa bella cittadina toscana, un lavoro moderno, contrassegnato da un certo impegno religioso, etico, «nuovo». Quest'anno si è interrotta la tradizione riprendendone uno già dato, sia pure nel lontano 1955, «Il potere e la gloria», tratto da Denis Cannan e Pierre Bost dal romanzo di Graham Greene: idea ovviamente suggerita dalla recente scomparsa dello scrittore, e idea ottima, in quanto ha offerto l'occasione di tornare un po' sulla particolare marca del cattolicesimo di Greene, su cui si era appena tornati a discutere, ma soprattutto di affondare i denti in un testo solido e succoso, di quelli che si producevano una volta e ai quali i nostri tempi di classici rivisitati e di esangui novità a due personaggi stanno lentamente disabituandoci.
Come una volta tutti sapevano, il romanzo di Greene si svolge in quel Messico postrivoluzionario dove ogni religione è stata abolita, e in particolare dove i preti cattolici che non hanno abiurato o che non sono finiti al muro sopravvivono in clandestinità. Il protagonista è uno degli ultimi di costoro, e di straforo continua a visitare moribondi e a celebrare messe qua e là; ma è sfinito, e non sogna che di passare il confine. Ogni volta che sta per farlo cede però al richiamo di qualche anima che ha bisogno di lui. Da ultimo viene preso e fucilato, ma un altro spunta subito dal buio a raccogliere la sua fiaccola.
A rendere mirabilmente pregnante l'episodio è la trovata di Greene, che fa del suo prete un essere apparentemente miserabile, un relitto umano, alcolizzato, peccatore impenitente (ha una figlia e non se ne dispiace), un uomo, perfino, di scarsa cultura ed eloquenza. Mentre il suo accanito persecutore, tenente nelle forze repubblicane, è invece un uomo disinteressato, un ideologo puro, che agisce in base a convinzioni profonde e la durezza dei cui metodi è dettata dall'esigenza di raggiungere un vero e duraturo affrancamento della gente. Il mondo intorno a questi due antagonisti è, naturalmente, poco limpido, ufficiali corrotti, doppiogiochisti, delatori, che perpetuano l'antico sfruttamento di un popolo affamato e spaventato, oltre che dubbioso sulla validità di culti che continua a professare, ma che hanno cessato di aiutarlo.
Da buon convertito nonché esponente di una minoranza quale sono i cattolici inglesi, Greene insiste sull'aspetto letterale, formalistico, dogmatico di una religione che altrimenti, teme, potrebbe apparire reticente o ambigua, aspetto poi mitigato dal Vaticano Secondo: il venerdì non si mangia carne, egli ci dice, meglio la morte. Così il suo prete è privo di convinzioni, ma poi rischia la pelle per procurarsi a qualunque costo del vino per la Messa, e nella scena più avvincente del dramma, una specie di incubo da Lewis Carroll, quando è appena riuscito a comperarlo al mercato nero, viene costretto a spartirlo con dei funzionali che glielo bevono tutto. Ora, proprio questo fanatico rispetto di un dettaglio apparentemente incongruo serve a dare il senso del contrasto fra chi vuole risolvere la vita intellettuale e morale degli uomini, e chi solo provvedere ai loro presunti bisogni corporei; da qui viene il senso della superiorità del prete, per quanto umanamente abbietto, sul militare, per quanto apparentemente filantropico; e qui si illustra il massaggio cristiano di speranza, che vive per propria virtù, indipendentemente dal latore.
La robusta versione teatrale in sei quadri di questo dibattito ravvivato dalla nota capacità greeniana di creare atmosfere di sospensione e minaccia è stata resa in modo eccellente dal regista Giancarlo Sbragia in un convincente impianto scenografico di Giovanni Polidori, con una baracchetta di assi contro il cielo, che ruotando diventa altri ambienti (lo studio del dentista, il paesino, il carcere, ecc.). Mosso dal lodevole intento di far ascoltare e seguire quanto accade, Sbragia ha ottenuto dai suoi numerosi interpreti una non comune aderenza fisica ai caratteri (molto buoni i semplici costumi di Alessandro Ciammarughi) unita a una recitazione efficace, rapida e chiara; fra i molti nomi ricorderò almeno quelli di Ca-millo Milli, Elio Veller, Pino Mi-chienzi, Margherita Saffico. Su tutti ha svettato, asciutto, concentrato, autorevole, il tenente di Mattia Sbragia; mentre lo Sbragia protagonista ha forse ecceduto un pochino nelle esitazioni, ammiccamenti, impacci, suggeritigli da un lato clownesco, beckettiano, che ha non ingiustificatamente privilegiato nel personaggio. Sto comunque parlando di una rara serata totalmente felice, e insomma, di un vero successo, che sarebbe augurabile potesse non esaurirsi qui.

MASOLINO D'AMICO La Stampa, 22 luglio 1991




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