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La recensione di Mario Bernardi Guardi
 

La recensione

San Miniato rilegge Federico

Grande e complessa figura quella di Federico II di Hohenstaufen, Re di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero, italiano e tedesco, Vicario di Dio e Anticristo, Stupor Mundi aureolato d'incenso e Bestia dell'Apocalisse odorosa di zolfo, letterato, scienziato, alchimista, studioso di astronomia e astrologia, falconeria e architettura, filosofia e teologia, investigatore del Paradiso e del Nulla, padrone di harem e cortese cantore di donne angelicale. E poi, il dilemma sul «politico»: fu un'esemplare figura del Medioevo ghibellino o un Giovambattista della Modernità? Ancora dibattono gli storici e sei anni fa hanno avuto una splendida occasione per farlo, celebrando gli otto secoli dalla nascita dell'Imperatore; e la fascinosa e inquietante icona federiciana offrì anche il destro a Franco Battiate e al filosofo Manlio Sgalambro di partorire un' opera lirica che ne restituisse la luce ambigua.
Non poteva dunque mancare all'appuntamento con questo incarnato Segno di Contraddizione, il Teatro dello Spirito di San Miniato, per tutta una serie di buoni motivi. La cittadina toscana, infatti, negli anni federiciani era vicariato imperiale (San Miniato al Tedesco era il nome con cui Carducci la rievoca in una delle sue più smaglianti prose); qui si dette la morte Pier delle Vigr.e, protonotaro e logoteta di Federico, ingiustamente accusato di tradimento (si rilegga il canto XIII dell'«Inferno» dantesco; e chi ha la vocazione dell'esploratore acquisti la bella biografia di Federico scritta da Ernst Kantorowicz) e fatto abbacinare dalla Sacra Maestà; e infine è una tradizione dell'Istituto del Dramma Popolare, giunto alla sua cinquantaquattresima Festa nella suggestiva cornice della Piazza del Duomo, quella di non proporre spettacoli «rassicuranti», pieni di didascalie con-solatrìci e di ricette edificanti, ma testi teatrali che facciano «pensare» magari provocando, magari inquietando, ma in modo tale che l'avventura dello Spirito
sia colta in tutte le sue contraddittorie aspirazioni. Se non sempre proposte e risultati sono stati all'altezza delle intenzioni (le .«scolastiche» trasgressive sono insopportabili tanto quanto quelle lagnosamente ortodosse), quest'anno i riconoscimenti pesano più dei rilievi critici. Perché «Le spade e le ferite» di Elena Bono, scavando nella contesa tra Federico II e Innocenze IV, porta alla luce il «senso» altamente drammatico di un duello tra «uomini». Infatti, l'Imperatore e il Papa sono, sì, due «funzioni» - e in questo caso, dall'una e dall'altra parte, c'è la volontà politica e ideologica di impugnare entrambi le «spade»; quella del potere spirituale e quella del potere temporale - ma anche due «persone», con tutto il carico di travagli, paure, nostalgie, attese, desideri. Che fanno parte del «vissuto» e popolano sogni e memorie di infinite immagini. Non è facile raccontare la storia e metterci dentro l'umanità, tanto più quando l'umanità è, insieme, eccezionale e «scoperta», «indifesa». E la testimo-
nianza «sovrumana» diventa martirio «troppo umano». In mezzo sta Pier delle Vigne, fedele, fragile, ed oscuramente presago che il suo sacrificio sarà un evento fatale ma che ogni potente è anche, e nel modo più tragico, vittima.
Elena Bono ha scritto un testo ricco di sfumature, affidandolo a un impasto linguistico di sicura efficacia, perché il suo Medioevo federiciano, italiano ed europeo, parla un idioma plurale: latino e tedesco, siciliano e genovese (Sinibaldo Fieschi, futuro Innocenze IV, apparteneva a un'illustre casata ligure) arabo e provenzale.
Ben calibrata la regia di Ugo Gregoretti e ben strutturato lo spazio scenico che poggia sull'ambiente «naturale» della Piazza. Senza sbavature la bella recitazione di Massimo Foschi (Federico II), Eros Pagni (Innocenze IV), Pier delle Vigne (Marco Spiga). Un po' precipitoso il finale che chiude la controversia con la caduta dei «giganti», tra processioni, cori e scampanii.

MARIO BERNARDI GUARDI




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