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Il Tirreno - La recensione di Gabriele Rizza
 

La Roccia di Eliot non riesce a decollare sulle ali del dramma popolare
Si rinnova la cerimonia dell'Istituto del dramma popolare di San Miniato. Un rito laico, come lo è il teatro, e insieme mistico, come lo spirito che lo anima. La Festa di San Miniato compie sessanta anni. Un bel traguardo da coltivare e difendere che però pone alcuni interrogativi. Perché il teatro, la prosa, la drammaturgia, la regia, la recitazione, come la società tutta, è cambiato e continua a farlo senza chiedere il permesso a nessuno.
Se il teatro, inteso come rappresentazione, vuole essere lo specchio di questo cambiamento deve per forza cercare formule più convincenti, estreme, inquiete, «dissacranti» rispetto a quelle che negli ultimi anni hanno inondato l'incomparabile scenario di piazza del Duomo. San Miniato ha il dono dell'unicità, questo voler essere una fonte spirituale, una parola che scava, cerca la fede, il futuro, la salvezza, come attestano i titoli che qui si sono succeduti a partire dal 1947, una carrellata densa e prestigiosa che fa bella mostra di sé nella sfilata di tutti i manifesti degli spettacoli delle sessanta edizioni.
Quello che ora si rappresenta (fino al 26 luglio) è La Roccia, un testo autobiografico di Thomas Eliot del 1934, rimaneggiato da Pino Manzari che firma anche la regia, scene suggestive e imponenti di Daniele Spisa, Massimo Foschi e Maddalena Crippa gli attori protagonisti.
È possibile costruire una chiesa che diventi un teatro del mondo? Si parte dalla distruzione del Duomo di San Miniato durante l'ultima guerra e ci si inoltra in un ginepraio di fughe e di interrogativi, fino a quello intimo che pone di fronte il Nobel Eliot e sua moglei Vivien. Tutto procede con molto ordine, scandito dalle lunghe tirate del coro che si inerpica su per le scale del paradiso senza arrivarci. Il pubblico ascolta, il flusso di parole colpisce l'ingiustizia e la violenza del mondo, i muri che dividono gli uomini, ieri come oggi, mentre la guerra, quella vera, fa risuonare i suoi tuoni. La realtà e già oltre il teatro. L'immaginazione. Come fermarla?

Gabriele Rizza, Il Tirreno 22 luglio 2006




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